Stylish attitude: Paola Goretti

Questo mese Stylish Attitude -la rubrica sulle icone di stile “a nostro insindacabile parere”- ha il piacere e l’onore di ospitare Madame Paola Goretti (ed il Madame ci sta tutto, ve ne accorgerete… non a caso il suo clan la chiama Madame Gorettière).

Cinquecentista di formazione, storica del costume, saggista e scrittrice, Paola lavora da vent’anni sui sistemi di “umanità vestita” mediante lo studio delle fonti intrecciate. Già docente di Scenari all’Università dell’Immagine di Milano (1998-2005), visiting professor di numerosi atenei per seminari e lectures (Sao Paolo, Alicante, New York) consulente di istituti di cultura nazionali e internazionali (Fondazione Ermitage Italia, Fondazione Cerratelli Pisa, Fondation L’Oréal Paris, Palazzo Te Mantova, Ferrara Arte, MAR Ravenna, IBC Emilia-Romagna, Polo Museale Bolognese, Almamater, Smell Festival, FMR, Furla, Bondardo Comunicazione, Poligrafico dello Stato, etc), la Goretti ha pubblicato una quarantina di saggi sul costume di tutte le epoche, curando mostre, convegni, servizi alla didattica, cicli di incontri di educazione sensoriale integrata. Insomma, un’autorità in fatto di costume e di estetica della moda.

Noi però le abbiamo chiesto di spogliarsi dei panni di storica e di raccontarci invece come ella medesima viva la moda e lo stile, nell’essenza della sua femminilità. Ne è venuto fuori il pezzo di seguito riportato, per il quale non possiamo che ringraziare -e profondamente- Madame Goretti…

“Ora lo posso dire. Dopo vent’anni di insegnamento e di indefessa applicazione su tutte le connessioni temporali della storia del costume, dopo aver solcato tutte le epoche ed essermi occupata di tutti gli slarghi cronologici, lo posso dire: gli abiti non mi interessano più di tanto. Potessi, mi vestirei d’aria, di vento frusciante. Di calligrafia. Mi vestirei di abiti senza tempo, dei capolavori ormai classici di Kenzo o di Issay Miyake che, citando l’esotismo grecizzante di Fortuny e filtrando secoli di storia del Giappone, scorrono sul corpo come acqua in plissettatura.

In verità, anche se ho avuto l’onore, in tutto l’arco della mia carriera, di lavorare per molte istituzioni di eccellenza, alcune delle quali preposte alla tutela delle vesti (prima fra tutte, la Fondazione Cerratelli di Pisa; 25 mila abiti di scena che hanno accompagnato le produzioni teatrali e cinematografiche dell’intero Novecento. Un incontro memorabile, suggellato per sempre in un volume realizzato un paio di anni fa, corredato delle magistrali fotografie di Aurelio Amendola. Aurelio ha saputo assegnare un trattamento sublime ad ogni volumetria plastica incarnata dalle pieghe degli abiti, facendola diventare una scultura di luce, possente e intima. Classica e senza tempo. E anche grazie a lui, Monumenta. I costumi di scena della Fondazione Cerratelli, ha ricevuto persino una menzione speciale del Club Unesco di Firenze, nel 2010. Ne vado molto fiera!); sebbene abbia avuto l’onore, sempre per questioni di lavoro, di conoscere alcune tra le donne più belle di tutti i tempi, Isabella Rossellini e Marisa Berenson, maestre assolute di stile e di eleganza, io non ho scelto  il guardaroba per questioni creative, per sfoggio o vezzo personale. Non ho la nevrosi degli abiti, né del loro possesso, né dell’ossessione della merce.

L’unica profonda nevrosi che mi riconosco è quella temporale e mnemonica; per non dissipare le esperienze, specie di quando non c’ero. Ho scelto il guardaroba come osservatorio d’elezione per ficcarmici dentro, per rovistare nei memoriali di vestizione, per girovagare a piacimento tra Oriente e Occidente. Per Conoscere. Tramandare. Insegnare. Dare dignità alle cose piccole; un bottone, un fiocco, una parrucca. E mediante quel filtro, raccontare pezzi di storia. Storia sociale e storia del gusto, storia del collezionismo e storia del quotidiano, storia di belle pitture e di vicende umanissime. Le vesti –come il cibo, come le forme dell’abitare- sono forme universali, forme del gusto, dello spazio e del tempo, forme della mentalità condivisa: dall’Europa delle corti alle sottoculture giovanili, hanno sempre avuto la medesima funzione: il bisogno umano di partire dal corpo –dalla bellezza o dall’antibellezza- per dire altro, e trovare così il proprio posto nel mondo.

L’ho ripetuto in mille occasioni, citandola in ogni mio intervento. Una delle espressioni più felici dedicate “allo stile” la pronuncia Maria Bellonci in Rinascimento privato, mettendola in bocca ad Isabella d’Este. La sublime marchesana aveva ideato una nuova strategia che mirava non solo all’ostentazione di uno status di privilegio ma soprattutto al culto della personalità. Aveva assegnato alle vesti il compito di incarnare una forza magnetica (oltre che una sintesi delle buone maniere), per infiammare l’immaginazione con l’ornamento del gesto e del pensiero, mediante le intrusioni di Venere Sovrana. In scienza e coscienza dell’apparire.

Questa coscienza del vestire è una mia abitudine e non credo che si possa definire vanità, almeno non per intero. E’ una scienza dell’apparire in sintonia con la bellezza della natura e con l’ordine del pensiero. E può darsi che io dica troppo o che non dica abbastanza. Ecco quello che dice. La scienza dell’apparire con lei diveniva scienza d’antico talento. Chiedendo perizia, sapienza, virtu’. Chiedendo una mescolanza di passaggi graduati, di accostamenti estetici; chiedendo visioni e imprudenze, dosaggi e arditezze, e una grammatica sapientissima mediante la quale fabbricare accostamenti. Chiedendo un pensiero. Come la voce –come il portamento- si configurava per la prima volta come una magnitudine della personalità.

Lo stile, dal mio punto di vista, è il frutto di questo secolare itinerario. Come se fosse una specie di città ideale dell’anima, messo a punto dal vestire e dall’apparire. Un luogo del corpo diffuso in cui si sostanziano tutti i movimenti vitali dell’interiorità, un processo plastico in movimento. Citando le magnifiche parole di Corrado Bologna (Flatus vocis) che assegna alla voce la stereofonia della carne profonda, io credo che lo stile sia a sua volta la stereofonia della sostanza profonda. Comunque e sempre, una questione di personalità. Che come ogni vera sostanza, è immutabile. E inconfondibile.

Così, se proprio dovessi augurarmi qualcosa, mi augurerei questo: la possibilità di essere immutabile, pur dentro al naturale mutamento. Di essere la stessa a 60 anni, a 80, se ci arriverò; la stessa di oggi, che ne ho 48. Perché ero la stessa a 20. Con gli adeguamenti del caso, naturalmente; per evitare di cadere nel grottesco o nel giovanilismo a oltranza. Del tutto inutile, del tutto nocivo.

Lo sanno tutti i partecipanti della mia bellissima famiglia allargata, ho pochissime cose ma le giro a piacimento, come moltiplicandole. Continuo a indossare abiti di decenni fa; non perchè fanno vintage, ma perché custodiscono la mia storia. Ci sono cose del mio guardaroba che sono memorie senza tempo. Il cappotto nero di mia nonna Amelia, da lei indossato fino a novantasei anni, prima di andarsene. L’abito del giorno della mia laurea, che continuo a mettermi quando ho voglia di sentirmi a casa. Un orologio del mio adorato padre. Una camicia rosa di chiffon di mia madre, di quando era ragazza. Alcuni bellissimi gioielli indiani, tra cui quello più amato: una specie di ragnatela da mano (come quella liberty disegnata da Georges Fouquet per Sarah Bernhardt; ma molto più semplice), ricevuta in dono. Alcuni kimono comprati qua e là. Gli abiti da portare sovrapposti (anche due tre tuniche di seta leggera, una sull’altra), i calzoni alla turca, col cavallo basso. Il mio amato e praticissimo nero, il caschetto che mi accompagna da decenni, le unghie rosse laccate; il rossetto, fiammante a sua volta. Il collo di volpe fulva o verde smeraldo in inverno, il lino stropicciato bianco in estate, un paio di costumi da bagno anni trenta, che modellano la figura in modo elegante e femminile, tacchi alti per la sera e stivaletti in camoscio per il giorno, le Ferragamo d’annata. Che se le compri una volta, non le molli più e le tieni fino a che non si sfasciano, da quanto prendono l’impronta del tuo piede, servendolo alla perfezione. E poi scialli. Soprattutto scialli, avvolgimenti frangiati dentro ai quali immergermi, specie in casa. La cura assegnata alla pelle, per tenerla in armonia, da sempre con pochissime cose. Col nuoto, specialmente, con l’elasticità. I miei profumi, pochissimi anch’essi, e sempre quelli: Soie Rouge, Messe de Minuit di Etro, Eau de Gentiane Blanche di Hermès. La mia preziosa amica Francesca Faruolo, direttora di Smell Festival, che ha avuto l’idea geniale di sviluppare l’interesse verso la cultura olfattiva, ogni tanto ci prova a farmi conoscere altro. Ma io, dopo un po’, ritorno sempre lì.

In fondo, adoro i classici, e spero di diventare un classico a mia volta. L’altro giorno ho riso di gioia, perché in un video promozionale dell’Istituto dei Beni Culturali dedicato a un bellissimo libro sull’ambra (che contiene anche un mio scritto), passavano alcune frasi celebri, tra un’immagine e l’altra. Solo due gli autori menzionati: Plinio, ed io! Essere accostata a Plinio è stato un colpo al cuore. E un onore, davvero un onore immenso.

Perché i miei vestiti sono soprattutto le parole, i libri, la voce; e il mio quinto chakra, l’abito migliore. Lì, sono perfettamente danzante, perfettamente felice. In aria, a gorgheggiare.”    Paola Goretti

Chiudiamo l’intervista con una video-pillola di Madame Goretti e con una selezione di scatti raccolti nell’antro della Sibilla, la sua dimora of course..:

http://www.youtube.com/watch?v=515_rA94MLU&feature=youtu.be

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Per contatti e collaborazioni con Paola Goretti: katakala@alice.it

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